Martedì, 17 Settembre 2013 09:36

Come vivere felici facendo il concertista

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Ho scritto l'articolo che segue circa 20 anni fa, ed è stato già pubblicato su GuitArt, ma credo sia ancora attuale, in particolare nei suoi aspetti, diciamo così, più filosofici.

Negli ultimi anni il livello tecnico si è alzato moltissimo e ho sentito, in giro per il mondo, un esercito di giovani chitarristi dalla tecnica veramente brillante e di una precisione impensabile solo 30 anni fa.
Questa considerazione vale anche per gli altri strumenti, infatti, ascoltando le registrazioni di concerti dal vivo dei grandi pianisti o altri interpreti degli anni '40 o '50 si rimane stupiti dalla quantità di imperfezioni o stonature rispetto agli standard di oggi... ma che poesia!

Ascoltando le vecchie registrazioni dei Maestri del passato ho notato che le imperfezioni non tolgono forza all'esecuzione, né mettono in discussione la statura artistica dell'interprete: risultano solo come curiosità.
Ne deriva che la capacità di comunicare il Senso della musica ha più a che vedere con categorie spirituali (intenzione, personalità, creatività) che con aspetti meccanici.
Naturalmente una tecnica strumentale sviluppata è indispensabile per rendere possibile la realizzazione di una idea, ma una esecuzione perfetta non deve essere il fine ultimo di un interprete.

Se oggi lo standard tecnico è aumentato, non credo che l'Umanità abbia cambiato il modo di percepire il feeling, lo "Shining" che alcuni interpreti hanno, la "terza traccia" in una registrazione , come la definisce un amico musicista: credo quindi che carattere, personalità, comunicativa e sincerità siano ancora gli ingredienti più importanti per avere successo.
Prova ne sia che di tutti i giovani brillanti che si propongono oggi, solo quelli che hanno anche le qualità che ho appena citato riescono ad imporsi e a durare sulle scene internazionali.
Se ci pensate, i chitarristi di successo hanno tutti, vi piaccia o no, un carattere riconoscibile, un suono, un tipo di fraseggio, un qualcosa che vi fa dire: "E' lui!"
Per questo motivo, senza sminuire l'importanza della cura, la precisione e il controllo sull'esecuzione, credo sia il caso che lo studente si interroghi da subito sul suo gusto personale e lo coltivi come la qualità che fa veramente la differenza fra un bravo chitarrista e un vero interprete.

Nella mia esperienza di insegnante e di concertista ho avuto occasione di notare che molti studenti, ma anche molti miei colleghi, hanno dei problemi riguardo a come studiare e come prepararsi per un concerto.

Alla base di queste difficoltà ho rilevato normalmente idee confuse di ogni genere sia riguardo allo studio sia all'atto stesso del dare concerti.
A volte mi sono reso conto, con stupore, che per alcuni era poco chiaro lo scopo stesso di far musica.

Dal momento che preparare e dare concerti è per me fonte di piacere, vorrei far conoscere i punti di vista e i criteri che uso, nella speranza che possano aiutare qualcuno a togliere quella cappa pesante d'insicurezza e di paure che troppo spesso avviliscono lo splendido mestiere di musicista.

ARTE E' COMUNICAZIONE
A volte i lunghi anni di Conservatorio, la compagnia di musicisti avviliti e inaciditi, l'ambiente poco incoraggiante o il clima competitivo fanno dimenticare lo scopo per cui hai cominciato a dedicare il tuo tempo e i tuoi sforzi allo studio dello strumento.
Ti ricordi quando hai iniziato? Le prime melodie o arpeggi che riuscivi a creare? Non ti sembrava magico poter produrre dei suoni e combinarli insieme?
Qual è la molla che ti ha fatto decidere di dedicarti alla musica?

Come tutte le arti, la musica è comunicazione.
Non si comunicano concetti (anche se si possono aggiungere, come in un pezzo vocale con un testo): normalmente la musica comunica emozioni, o meglio, crea emozioni nell'ascoltatore tramite la comunicazione di una forma, ritmo, melodia, struttura armonica o formale...quello che c'è o che l'ascoltatore "trova" nel pezzo che sta suonando.
Si suona quindi per creare dei mondi, delle atmosfere capaci di produrre un impatto emotivo in noi stessi, primi fruitori della nostra stessa opera e negli ascoltatori.
Anche se la musica classica più di altri tipi di musica ha creato dei linguaggi molto complessi e articolati, come la musica polifonica o dodecafonica, resta il fatto che alla base del fare e ascoltare musica resta l'impatto emotivo, quel "ché " non razionale (perché è a livello superiore, estetico) che riempie una persona di stupore, che la "muove", che in qualche modo la coinvolge e la "cambia", anche se solo momentaneamente.
Naturalmente ci sono le spiegazioni tecniche, stilistiche e filologiche, i perché e i percome è stato un concerto bello (o brutto), ma voglio sottolineare che queste
considerazioni vengono dopo, sono razionalizzazioni e sono di ordine più basso del semplice percepire il diretto impatto di un'opera artistica.

Con questo non voglio promuovere l'ignoranza: un interprete dovrebbe conoscere i "perché e i percome" ma certamente deve mettere in primo piano la sua capacità di trovare un mondo da comunicare ed esercitarsi ad essere in grado di crearlo, producendo così un impatto emotivo in chi l'ascolta.

COME PREPARARE UN CONCERTO
Spesso sento affermazioni del tipo:"devo studiare sei ore al giorno tutti i giorni per essere in grado di fare un concerto" oppure: "Per preparare questo pezzo ci vogliono sei mesi".
Certamente il tempo per preparare un brano varia secondo il livello e l'abilità del musicista, ma basare la propria preparazione sul tempo passato a studiare è un errore.
Ho diviso anni fa l'appartamento con un chitarrista tedesco che studiava sei ore tutti i giorni.
Quel ragazzo ripeteva continuamente lo stesso pezzo dall'inizio alla fine per delle ore senza miglioramenti.
Alla sera naturalmente si sentiva molto depresso (e anch'io) ma "aveva fatto le sue sei ore."

IL TEMPO E' UNA VARIABILE
Il giovane tedesco era depresso perché non aveva ottenuto nessun prodotto. Lui non sapeva cosa doveva ottenere: il suo prodotto era quindi "sei ore di lavoro"
Una buona regola è quella di mettersi a studiare sempre con un'idea chiara di quello che si vuole ottenere in quella giornata.
Può essere la lettura di un brano, la diteggiatura, il superamento di un singolo passaggio, imparare a memoria un pezzo, qualsiasi cosa, ma bisogna sapere cosa.
Questo dà l'incomparabile vantaggio di sapere quando si ha finito di studiare.

ORGANIZZARSI IL LAVORO
Io non sono uno studioso accanito: se non ho concerti immediati mi occupo degli altri miei interessi e suono per puro piacere, ma quando ho concerti mi organizzo.
Se devo preparare un pezzo nuovo, divido il lavoro in due fasi

La prima (A) è ovviamente LA PREPARAZIONE DEL BRANO e si divide in quattro parti:
1) La prima è la lettura.
Leggo il pezzo varie volte con lo scopo di farmi un'idea della strada da seguire. Non lo diteggio finché non ho un'idea abbastanza chiara della sua struttura e di come lo voglio presentare.
Lo analizzo e lo leggo con e senza strumento.
Quando mi sento familiare col pezzo e ho individuato la direzione da seguire (un colore, un'emozione generale, una "strada che ha un cuore", come insegnava Ghiglia citando Castaneda), passo alla seconda fase.
2) La diteggiatura. Questa, naturalmente, è fatta in funzione degli effetti timbrici, agogici e dinamici che voglio creare.
La scrivo, ben sapendo che sarà modificata in seguito e mi familiarizzo con i passaggi tecnicamente più difficili.
3) A questo punto studio il brano tecnicamente, cioè lo imparo più o meno a memoria, lo "metto nelle dita".
In questa fase a volte scopro che dovrò cambiare qualche diteggiatura perché avrò cambiato idea, lavorando, su qualche aspetto dell'interpretazione.

4) Non esistono pezzi "tutti difficili", ma certamente ci può essere qualche passaggio difficile. E' importante individuarlo esattamente: a volte una posizione inconsueta, un salto, compromettono un'intera sezione del pezzo. Spesso si sbaglia sempre il solito passaggio: è bene dedicare una fase dello studio ad individuare e risolvere i passaggi difficili.
A volte mi è capitato di avere difficoltà a superare un passaggio della mano sinistra finché non ho capito che il vero problema era nella destra!
A volte, analizzando i movimenti di un passaggio "difficile" mi sono reso conto che il vero problema era subito PRIMA del passaggio stesso!

A questo punto il pezzo è tecnicamente pronto: è diteggiato, lo so a memoria, lo conosco dal punto di vista formale ecc.
Si chiude quindi la parte tecnica della preparazione e si apre quella dell'esecuzione.

(B) ESECUZIONE
Questa è una fase per me importante perché a volte è trascurata: si tratta di esercitare la propria capacità di creare lo stato d'animo giusto per eseguire un pezzo in modo convincente.
Ti consiglio di provare.
Non devi confondere questi due momenti dello studio: nel primo sei uno studente e prepari il pezzo, ti fai le tue idee a riguardo, lo analizzi e ti eserciti, nella seconda sei un concertista e lavori con lo scopo di produrre un impatto emotivo con la tua esecuzione.
Nella prima fase della preparazione la tua attenzione è dentro il pezzo, nei suoi particolari tecnici e formali, nella seconda è totalmente rivolta all'affinare la tua capacità di "dire" quella musica in modo coinvolgente, come un attore che recita una parte. (Tu sei un interprete, non dimenticarlo).
Se in fase di studio ti fermi continuamente a ogni problema e lo isoli per risolverlo, ora suoni dall'inizio alla fine, non ti fermi mai: lavori per costruirti la continuità dell'esecuzione.
Se in questa fase scopri che alcuni passaggi non sono chiari o nascono altri problemi, prendi nota, li risolverai in un altro momento ma non mescolare queste due fasi: ora suoni come se fossi in concerto, ti fai il fiato e sarebbe un errore fermarsi per una sbavatura, non lo faresti in concerto, vero?
E' molto importante mettersi nello stato d'animo esatto di quando si è in pubblico e suonare tutto di fila con l'intenzione di creare qualcosa di bello.
Se lo fai davvero riuscirai a comunicare con il tavolino del tuo studio, figurati con un pubblico vero!

Un ultimo appunto: quelle persone che hanno comprato il biglietto del tuo concerto vogliono provare delle emozioni: suona per loro, non per gli "esperti".
Anche i critici o i tuoi colleghi vogliono essere toccati dalla tua musica.
Quelli che stanno in prima fila a contare gli errori sono ridotti male: non riescono più a partecipare della musica e sono da compatire.
Non trattenerti nel fraseggio per paura di fare una nota sbagliata: quello che arriva è la tua poesia, quando suoni, suona, e al diavolo gli errori!
Ancora due osservazioni:
nonostante le migliori intenzioni a volte un concerto non va come dovrebbe: non ti abbattere, è successo a tutti e ti assicuro che non ha rovinato la carriera di nessuno!
Usa questo "incidente" per imparare di più, per evitarlo in futuro: chi vuole cambiare e migliorare deve essere disposto anche a fare qualche "scivolone" ogni tanto (ma non troppi però...)

L'ultimo consiglio per "vivere felici": non criticare i tuoi colleghi.
Anche se non condividi le loro scelte o il loro gusto, non essere distruttivo.
Se ti accorgi di criticare con astio o cattiveria l'esecuzione di un collega sappi che hai un problema personale TU.
Lascia l'odio isterico ai critici inveleniti e pensa piuttosto a creare tu qualcosa che ti piace veramente. Se lo fai sul serio non ti risentirai per quello che fanno gli altri.

Spero che questo ti sia utile: suonare è un piacere: è una delle manifestazioni più alte dell'uomo.
Anche se sei uno studente o hai delle difficoltà, tu hai deciso di fare della musica, ti dedichi a questo, pochi lo fanno.
Non dimenticarti che sei un artista.

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Read 1717 times Last modified on Lunedì, 23 Settembre 2013 08:21

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